Il quartiere San Francesco
Vuci di quartiere
Luoghi e storie del quartiere San Francesco, raccontati da Giovanni Lamia e Lucia Cucciarelli
Il quartiere San Francesco: una ricostruzione storica
Il quartiere San Francesco è uno dei nuclei meno appariscenti ma più interessanti del centro storico di Marsala.
Il suo centro simbolico è la chiesa di San Francesco d’Assisi, con l’antico convento, oggi inglobato in gran parte nel complesso dell’ex ospedale San Biagio, e il sistema di piazze, cortili e strade che comprende l’area di Piazza San Francesco/Piazza Ranne, via Trusso, via Antonino Barraco, via Angileri e l’area dell’Itriella.
Le fonti contemporanee lo definiscono esplicitamente uno degli angoli più autentici e nascosti del centro storico marsalese.
Nonostante guerre, demolizioni e trasformazioni, l’impianto urbano del quartiere è ancora leggibile.
Cosa raccontano le case
La descrizione contemporanea del quartiere è sorprendentemente coerente con quello che ci aspetteremmo da un antico tessuto abitativo. Una recente indagine sul quartiere sottolinea proprio la presenza di vecchi cortili, vie strette, spazi di relazione, angoli nascosti e case basse, considerandoli una parte fondamentale dell’autenticità del luogo. È il tipico tessuto di un quartiere cresciuto per addizione, attraverso generazioni di famiglie, piuttosto che attraverso grandi isolati progettati tutti insieme. Ed è probabilmente uno dei motivi per cui San Francesco conserva una fisionomia diversa dalle parti più monumentali di Marsala.
Il suo aspetto particolare è dato dall’intreccio fra le strade di impianto romano ( via Diaz ), la Marsala medievale e l’intensa vita economica della numerosissima comunità ebraica, l’attività francescana del Cinquecento, le architetture barocche del Settecento, la Marsala garibaldina dell’Ottocento e le ferite dalla guerra ancora oggi ricordate. Ma la sua storia è molto più antica di quanto possa far pensare l’aspetto attuale.
Prima del quartiere: la città medievale e il disegno urbano
Per capire San Francesco bisogna partire dalla struttura di Marsala. L’attuale centro storico non nasce con un unico progetto moderno: conserva una struttura viaria molto antica, con strade che seguono un impianto regolare di origine precedente alla città medievale, già tracciata in epoca fenicia e romana. Il nucleo urbano medievale venne poi rifondato dai Normanni nell’XI secolo in un sito diverso dall’antica Lilibeo.
Nel corso dei secoli il centro fu racchiuso e organizzato attraverso la cinta muraria e le porte cittadine. L’area di San Francesco si trova quindi all’interno del grande quadrilatero storico della città, non in una periferia sorta successivamente.
Il quartiere ebraico
Era nella parte nord-orientale del centro storico, nell’area compresa tra gli antichi quartieri di San Francesco e San Matteo. Il cuore della Giudecca era attorno all’antica “platea Judeorum”, che secondo la ricostruzione storica si trovava:
- lungo Via Frisella (l’antica Ruga Judaica);
- tra Via A. D’Anna, Via XI Maggio (il Cassero) e Via Vaccari;
- nell’area che oggi comprende Piazza Fratelli Chirco.
Il vero punto di svolta: i Francescani
La storia del quartiere prende una forma precisa con l’insediamento dei Minori conventuali. Le fonti ricordano una presenza francescana antica, ma le tradizioni sulla primissima fondazione non sono tutte verificabili. La documentazione più concreta porta al XVI secolo. Un personaggio fondamentale è Berlingherio Requisens, ammiraglio spagnolo e membro di una famiglia importante, che mise a disposizione dei frati alcune case con giardino di sua proprietà per la costruzione del complesso. Il convento viene generalmente indicato come fondato nel 1571.
Da quel momento San Francesco diventa qualcosa di più di una chiesa con spazi dedicati al convento e al servizio dei bisognosi: abitazioni, piccoli commerci quindi vita di comunità, poca distanza dall’omonimo Bastione difensivo e dalla caserma dei soldati, chiamati a custodirlo e difenderlo. È questo il processo che probabilmente ha dato al quartiere la sua identità.
La chiesa che vediamo oggi non è quella originaria.
L’edificio attuale è soprattutto il risultato della grande trasformazione settecentesca. L’architetto Giovanni Biagio Amico intervenne sulla chiesa nel XVIII secolo; la ristrutturazione viene generalmente collocata tra 1740 e 1750.
È praticamente una piccola storia di Marsala racchiusa in poche strade.
La cripta: un aspetto della memoria funeraria
La chiesa non era soltanto luogo di culto. Sotto l’edificio esiste una cripta funeraria, legata alla pratica di sepoltura e mummificazione dei religiosi. Le testimonianze fotografiche contemporanee documentano ancora i colatoi, gli ambienti dove venivano deposte le salme e le ossa rimaste nella struttura.
Questo particolare è importante per ricostruire la vita quotidiana del quartiere antico: la chiesa era contemporaneamente luogo di preghiera, di sepoltura, di memoria familiare e di rappresentazione sociale.
Dagli anni ’80 la cripta è stata aperta durante le Feste Natalizie per l’esposizione di uno dei presepi più antichi della Sicilia
Il convento dopo il 1866: la fine di un’epoca
Il passaggio più traumatico arriva con l’Unità d’Italia. Nel 1866 lo Stato italiano soppresse gli ordini religiosi.
Il convento di San Francesco venne quindi acquisito dallo Stato.
La documentazione conservata dal Fondo Edifici di Culto è particolarmente preziosa: esiste il verbale di presa di possesso del 19 novembre 1866, accompagnato da inventari del patrimonio e addirittura da un elenco dei libri della biblioteca conventuale. Le testimonianze raccontano che il convento disponeva di una vera biblioteca e di un patrimonio librario significativo. Dunque San Francesco era anche un luogo di cultura e istruzione, non soltanto di culto.
Entra in scena il San Biagio
Questo è probabilmente uno degli aspetti più importanti per capire il quartiere.
L’ospedale San Biagio era nato molto prima, nel XVI secolo, grazie alla famiglia Grignani/Grignano. Il 1º aprile 1565, don Bernardino Grignani fondò l’ospedale, destinando allo scopo case e terreni. La documentazione notarile dell’atto è conservata nell’Archivio notarile di Marsala. Per secoli l’ospedale ebbe un’altra sede, nello spazio vicino a quella che sarebbe stata edificata nel XVI secolo come chiesa dedicata a San Giuseppe, oggi riconoscibile come struttura dei magazzini Valenti. Nel 1901 la vecchia sede ospedaliera viene destinata a biblioteca comunale, mentre i malati vennero trasferiti nell’area dell’ex convento francescano.
Ernesto Basile e la trasformazione del convento
Un altro nome importante è quello di Ernesto Basile, uno dei maggiori architetti italiani del Liberty fra Ottocento e Novecento. La famiglia Florio nel 1901 gli affidò la trasformazione del complesso conventuale in una struttura assistenziale, collegata alla nuova sede dell’ospedale San Biagio. Questo significa che l’attuale area dell’ex San Biagio non deve essere letta semplicemente come “vecchio ospedale”. E il complesso sanitario, a sua volta, ha contribuito per oltre un secolo alla vita del quartiere.
Via Salvatore Angileri
Cronaca di una strada che fu Via Macina
Un tempo — molto prima che la città cambiasse volto — Via Salvatore Angileri portava un altro nome. La chiamavano Via Macina, per le macine di grano che vi ronzavano attorno come un cuore antico, e per le mani instancabili delle donne che, tra gli anni Cinquanta e Settanta, ne fecero un piccolo regno domestico: le pastare.
— Le vedi? — direbbe oggi un anziano del quartiere — chine sul tavolaccio, con il grembiule bianco e la farina che vola come neve. Erano un’istituzione. Una presenza che nasce nel dopoguerra e resiste fino agli anni Ottanta, simbolo di una tradizione che non era solo cucina, ma identità.
La pasta — povera o ricca che fosse — univa le famiglie, riempiva le tavole, scioglieva i problemi. La tavola è una trazzera: cu s’assetta, mancia e si consola, dicevano. E la pasta fresca veniva venduta avvolta nella carta del pane, profumata e ancora tiepida. La più celebre di tutte era Zia Pina, che con la sua pasta fina diventò quasi un marchio del quartiere.
Via Salvatore Angileri, però, non apparteneva al vecchio quartiere ebraico. Lo testimoniano le edicole votive, le immagini sacre, le Madonne che vegliano dagli angoli delle case. Eppure, la strada custodisce un’altra storia, più antica e più misteriosa.
Si narra che, nel periodo di San Francesco, alcuni templari partirono con lui. Marsala — dicono le voci più antiche — fu una sede segreta templare, e a confermarlo sarebbe un simbolo scolpito in Via XIX Luglio: un globo alzato con una croce sopra, segno di una congregazione che avrebbe aiutato Francesco nei suoi rapporti con il Saladino. Così, tra macine, pastare, Madonne e croci templari, Via Salvatore Angileri rimane una strada sospesa tra due mondi: quello domestico e quotidiano delle donne che impastavano la vita, e quello remoto, quasi leggendario, dei cavalieri che attraversavano la storia lasciando tracce appena visibili.
Nel 1943— quando la guerra sembrava non avere più confini — l’area attorno alla chiesa della Madonna della Catena vive uno dei suoi giorni più oscuri. La piccola piazzetta che le stava accanto, oggi dedicata alle sorelle Bonafede, era allora un luogo di passaggio, di voci quotidiane, di vita semplice. Ma in quell’anno, sotto il rombo degli aerei alleati, tutto cambia.
— Arrivano — mormora qualcuno, guardando il cielo che si fa di ferro. Poi il boato. Un raid improvviso, violento, che colpisce il cuore del quartiere. La chiesa viene devastata, le case attorno crollano come sabbia, e nella piazzetta due giovani donne — le sorelle Bonafede — perdono la vita, travolte dalla furia del bombardamento.
La chiesa, oggi proprietà dell’ASP, porta ancora le cicatrici di quel giorno. Le pietre annerite, le crepe nei muri, i silenzi che sembrano sospesi tra un prima e un dopo. Per decenni, la piazzetta rimane senza nome, come se la città avesse bisogno di tempo per ricordare senza ferirsi.
Solo intorno agli anni Duemila, Marsala decide di restituire identità a quel luogo. La piazza viene dedicata alle sorelle Bonafede, affinché il loro sacrificio non resti un’ombra tra le tante della guerra, ma diventi memoria viva, memoria condivisa. Oggi, chi passa da lì vede una piazzetta tranquilla, quasi timida. Ma sotto quella quiete si muove la storia: la chiesa ferita, il raid del ’44, le vite spezzate, e la città che, lentamente, ha imparato a ricordare.
Cunto & Canto San Francesco e le monache di Vicolo Santa Chiara
Persone ormai scomparse che abitavano nel popoloso cortile del Vicolo Santa Chiara ai numeri civici 3 e 4 hanno raccontato che le monache erano poverelle, operose e dedite alla misericordia.
Precedendo la creazione del ricco convento di Santo Stefano, a poche decine di metri, abitato dalle Clarisse, con sfarzi e altari di marmo, la piccola comunità delle umili monache aveva il dormitorio in sul nudo pavimento di terra battuta, ora inglobato in un’abitazione privata, e un piccolo refettorio con nude pareti in un’altra abitazione contigua. Entrambe affacciano su un antico cortile dove una volta c’era un lavatoio, un pozzo e ancora oggi sono visibili beccatelli di epoca spagnola
Chi erano queste monache? Nessuno ne parla ma ……
La presenza fra il Vicolo Santa Chiara, la vicina Chiesa di San Francesco in Piazza San Francesco e il convento dei Francescani del Terzo Ordine sotto Santa Maria delle Grazie documentato a Marsala; la la presenza storica del francescanesimo a Marsala fin dal 1300; la presenza di vari nuclei di monarche francescane documentata in Sicilia già nel 1300, la presenza a Trapani, nel secolo XIV, di un monastero con monache dedite alla cura e all’assistenza, la presenza documentata dagli archivi della Chiesa Cattolica di analoghi monasteri a Salemi e a Palermo ( annesse alle domenicane ), fanno pensare che la storia del nome dato al vicolo Santa Chiara fosse il nome di un antico insediamento o di una comunità femminile francescana nel centro di Marsala, vocata alla povertà e all’assistenza di poveri e bisognosi in continuità con la missione dei francescani.
Fra la chiesa di San Francesco, l’omonima via e Vicolo Santa Chiara non si fanno neppure 100 passi e quindi possiamo immaginare di trovarci in una distanza compatibile con un unico comparto religioso urbano. E la storia medioevale degli ordini mendicanti offre numerosi esempi di:
* convento maschile;
* comunità femminile;
* chiesa;
* abitazioni di religiosi;
* ospedale/infermeria;
* confraternite;
* terziari;
concentrati in poche centinaia di metri. Nel Medioevo e nella prima età moderna esistevano diverse forme di vita francescana femminile.
Le Clarisse erano il Secondo Ordine francescano, fondato da Santa Chiara. Le terziarie francescane, invece, appartenevano al Terzo Ordine. E alcune comunità di terziarie potevano vivere insieme, sotto la guida spirituale dei francescani, e dedicarsi alle opere di misericordia.
Esistono esempi documentati di comunità di terziarie francescane, , fuori da Marsala, che praticavano esplicitamente:
- assistenza alle famiglie povere;
- ospitalità;
- visita degli infermi nelle loro case;
- opere di misericordia;
- educazione.
Quindi l’associazione francescani → donne francescane → assistenza ai poveri e agli ammalati è storicamente assolutamente coerente. Il dato proviene direttamente dal Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, dove si testimonia anche la soppressione dell’ordine e la presa di possesso dei beni nel 1866-1876.
L’antico convento francescano di Marsala, dopo le soppressioni tuttavia, ebbe una storia successiva legata manifestamente all’assistenza sanitaria. L’odierno complesso dell’ex convento di San Francesco è stato utilizzato come ospedale San Biagio in epoca contemporanea.
Giovanni Lamia e Lucia Cucciarelli
